Oggetto: ☞La Scienza Sportiva MONDIALE Conferma la PALEO DIET

"Sports Medicine" CONFERMA CHE DOBBIAMO MANGIARE COME I NOSTRI ANTENATI PER ANDARE ALLE OLIMPIADI 

Ciao,

adesso anche le riviste scientifiche lo confermano: nello sport bisogna allenarsi come i nostri antenati.

Il report “Gli atleti olimpici devono allenarsi come nel paleolitico?”, è stato pubblicato sulla rivista “Sport Medicine” (agosto 2013), ed è stato redatto in collaborazione tra le Università di scienze motorie di Brasilia (Brasile), La Coruña/Vigo/Leoia (Spagna) e Santiago del Cile (Cile).

La dieta consigliata? La Paleo Diet, naturalmente. 

Nella prima parte dell’articolo avevamo visto che anche gli studi scientifici internazionali consigliano oramai il parallelo paleolitico-allenamento.

In questa seconda parte vediamo invece se è attuabile l’alimentazione della preistoria per aumentare le performance sportive olimpiche.

Se il report di Boullosa, (lo scienziato dell’ Università di Brasilia e i colleghi ispano-cileni, pubblicato da Sports Science e discusso nella prima parte di questo articolo, sull’ipotesi allenamento-preistoria è decisamente molto credibile e convincente, il lato alimentare della questione, se possibile, è ancora più interessante.

Infatti distrugge completamente il mito dei carboidrati derivati dai cereali (pane, pasta, pizza, ecc), fondamentali per la prestazione sportiva, almeno da punto antropologico.

Sullo studio Boullosa scrive infatti:

“ (…) La nicchia dei primi ominidi e quindi la composizione nutrizionale della dieta primitiva degli umani è ancora fortemente dibattuta.

L’ integrazione dei dati provenienti da varie discipline suggerisce che, per un lungo periodo di tempo evolutivo, grandi quantità di energia degli ominidi derivava dai grassi animali e dalle proteine (terrestri e acquatici).

La maggior parte dei carboidrati li ottenevano da frutta e verdura fresca, insieme a radici e tuberi e pochissimi invece provenienti da cereali o carboidrati raffinati.

Questo rapporto è stato però invertito dalla comparsa delle condizioni agricole date rivoluzione neolitica (avvenuta circa 10.000 anni fa ndr), una notevole trasformazione economica che avrebbe potuto essere preceduta dall’ espansione dell’ ampiezza della dieta nel tardo Paleolitico, in base alle l'ipotesi Broad Spectrum Revolution.”


In poche parole, per almeno 2,4 milioni di anni abbiamo cacciato egregiamente con andando a grassi e proteine, senza quasi cereali, ma solo con frutta e verdura.

E questo è un fatto acclarato e non un opinione.

Solo successivamente abbiamo consumato i cereali, ma appena 7000-10.000 anni fa, secondo la teoria della “Broad Spectrum Revolution” (rivoluzione ad ampio spettro), proposta da Kent Flannery nel 1968 in un documento presentato ad un simposio della London University.

Secondo Flannery, nel tardo paleolitico, la crescita della popolazione in habitat ottimali ha portato ad una forte pressione demografica e quindi alcuni gruppi di homo sapiens anche a diversificare le tipologie di fonti di cibo raccolte, allargando la base di sussistenza verso l'esterno includendo cosi più pesce, piccola selvaggina, uccelli acquatici, invertebrati come lumache e molluschi, in precedenza ignorati o marginali.

Ancora più importante, Flannery sostiene che la necessità di una maggiore quantità di cibo in questi ambienti a margine ha portato alla coltivazione deliberate di alcune specie vegetali, in particolare i cereali.

In ambienti ottimali, queste piante erano cresciute naturalmente in posti relativamente densi, ma era comunque necessario l'intervento umano per essere efficacemente raccolte in zone marginali.

Così, il “Broad Spectrum Revolution” pose le basi per l’ addomesticamento e l'aumento di insediamento agricolo permanente.

Il problema però della coltivazione dei cereali e conseguente utilizzo dei latticini è che il genoma umano ha bisogno di almeno 20.000-30.000 anni per adattarci (e solo parzialmente) ai questi nuovi cibi. Il problema è che ne sono passati solo 10.000…

Di solito a questo punto arrivano i geni dell’alimentazione, i bronto-nutrizionisti, Marisa Laurito e l’elettrauto sotto casa, che se ne escono la fatidica frase: “ci siamo adattati ai cereali e latte, prova ne è la capacità di digerire il lattosio

Allora andiamo a vedere quindi i dati e si scopre che, per esempio, tra il 40 e il 60% della popolazione italiana è intollerante al lattosio e calcolando che la popolazione italiana è attualmente composta da 60 milioni di persone, circa 30 MILIONI non possono (o non dovrebbero) bere latte.

Per fortuna che ci siamo “adattati”…

Le proteine del latte, da questo punto di vista, invece possono essere consumate (sempre che siate intolleranti anche alle proteine del latte) visto che molte non contengono lattosio.

Per quando riguarda poi l’ “adattamento” ai cereali, si calcola che tra celiaci (cioè quello che sono intolleranti al glutine) che sono circa 500.000 e quelli affetti da gluten sensivity (cioè di persone non celiache ma che comunque hanno grossi problemi con il glutine) sono 3 milioni, per un totale di 3.500.000 persone


Quindi sommiamo i 30 milioni del lattosio e 3,5 milioni del glutine, siamo a 33,5 milioni di persone che non sopportano latte e cereali, cioè più di una persona su due in Italia: però ci siamo “adattati”, eh? Ma per favore!

Quindi se fate qualsiasi tipo di sport avete più del 50% di probabilità di avere problemi di intolleranza, più o meno grave, ai cereali o al latte, rallentando cosi in modo decisivo i vostri progressi.

Alla faccia di chi consiglia “per la massima performance” la colazione con latte e cereali..

Ma gli autori di “Sports Medicine” non si fermano qui:

“Poco si sa di ciò che i nostri antenati del Paleolitico mangiavano ogni giorno o in ogni stagione in qualsiasi ambiente specifico, ma si suggerisce che gli anatomicamente moderni Homo sapiens facevano affidamento su una varietà di fonti di cibo di ambienti diversi.

Questo flessibilità nutrizionale potrebbe essere stato fondamentale per l'evoluzione umana attraverso le variazioni stagionali, durante le fluttuazioni climatiche e in tempi di carestia.

Gli ominidi si trasferivano per mangiare, mentre atleti moderni mangiano a muoversi.

I progressi tecnologici hanno favorito un forte aumento della proteine alimentari che sono stati collegati a l'importante aumento della massa cerebrale della nostra specie.

Soprattutto, Cordain et al. hanno riportato che le diete delle popolazioni studiate di cacciatori-raccoglitori, erano più alte in proteine (19-35%), inferiore di carboidrati (22-40%) e pari o addirittura superiore ai grassi alimentari (28-58%) rispetto agli attuali diete.

La presenza minore di carboidrati nella dieta preistorica che nella dieta occidentale potrebbe essere uno dei suoi più caratteristiche rilevanti.

Dal punto di vista dell’esercizio, mantenuto e prolungato esercizio fisico intenso (cioè al di sopra della soglia del lattato), non ci si poteva aspettare, in quei tempi antichi, che una disponibilità glicogeno molto limitata, con conseguente maggiore affidamento sul metabolismo dei grassi.

Così, le vie metaboliche lipolitiche e del fosfageno sarebbero state meno limitate dalla disponibilità di cibo dalla glicolisi.”


In pratica, abbiamo il metabolismo tarato essenzialmente su grassi e proteine, perché erano risorse più abbondanti rispetto ai pochi carboidrati disponibili nel paleolitico (frutta e poco altro), per cui al giorno d’ oggi se si consigliano per gli atleti (e non solo) grandi quantità di carboidrati, dal punto di vista antropologico, non ha alcun senso. (Per maggiori informazioni leggere questo mio articolo sull' argomento) 

E invece tutti i preparatori dico tutti, consigliano poche proteine e grassi e molti glucidi, cioè esattamente il contrario di come è tarato geneticamente il nostro organismo: veramente incredibile.

Ma andiamo avanti con il report: 

“Chakravarthy e Booth hanno suggerito che le oscillazioni di glicogeno muscolare e livelli di trigliceridi con cicli di attività-riposo fisico durante i cicli di abbondanza-carestia nel corso dell'evoluzione, hanno selezionato alcuni geni per l’oscillante regolazione enzimatica di stoccaggio e l'efficienza del carburante durante il consumo dello stesso.

(…) In alcune occasioni, tali modelli di attività erano intrapresi con bassa disponibilità di carboidrati.

(…) In questo senso, vari studi hanno dimostrato che i bassi livelli di glicogeno pre-esercizio, nonché l’allenamento due volte ogni secondo giorno, può essere più efficiente nella valorizzazione delle riserve di glicogeno muscolare e l'attività enzimatica e nel migliorare la performance fisica dell’allenamento quotidiano.

Inoltre, l'evidenza attuale suggerisce che c’è la valorizzazione delle vie di segnalazione intracellulare (ad esempio, 5' adenosina monofosfato-attivata protein-chinasi) e la ridotta dipendenza utilizzo dei carboidrati nell'esercizio con le riserve di glicogeno bassi.

Tuttavia questa strategia nutrizionale non è stato efficace nel migliorare prestazioni e potrebbe compromettere lo stato di salute di atleti e il loro allenamento e le prestazioni competitive in sport ad alta intensità.

Pertanto, mentre l'impatto di questi adattamenti sul miglioramento delle prestazioni è ancora da definire - soprattutto quando si compete in condizioni normali o con livelli supercompensati di glicogeno – sembra che bassi livelli di glicogeno pre-esercizio favoriscono migliori adattamenti d’ allenamento.”



In effetti ormai sono diversi anni che consiglio di allenarsi a digiuno, con i concetti della Warrior Paleo Diet cosa che viene ancora considerata tabù dal molti tecnici, specialmente diversi di quelli degli sport di resistenza che, obbiettivamente, tra “pane e pasta benzina dei muscoli”, “mai allenarsi a digiuno” e la “colazione con latte e fette biscottate”, sono ancora molto ancorati alle vecchie concezioni.

E fanno malissimo.

Vorrei far concludere questo pezzo direttamente agli scienziati di Sports Science, sperando che il loro lavoro possa essere raccolto e applicato in tutti gli sport del mondo:

“Dalle prove scientifiche presentate qui, suggeriamo che il patrimonio genetico della nostra specie potrebbe fortemente influenzare la capacità degli atleti olimpici di adattarsi a allenamenti diversi.

Questo potrebbe spiegare le difficoltà il raggiungimento di un consenso sul ruolo dei diversi polimorfismi nelle prestazioni degli atleti.

L'esistenza di un ideale modello di attività fisica ereditato dai nostri antenati non esclude la necessità di un allenamento personalizzato, considerando entrambe le caratteristiche degli atleti e le esigenze specifiche dei singoli eventi sportivi.

Tuttavia sembra che un regime di allenamento, quando è più simile al profilo dell’ attività dei nostri antenati, maggiori sono gli adattamenti e la performance successiva.

Ulteriori studi dovrebbero riguardare questa ipotesi, prestando particolare attenzione al legame tra le risposte molecolari e i risultati delle prestazioni che posizionino adeguatamente quando regimi di allenamento di lunga durata rispettino questo modello filogenetico.

La dieta alimentari degli atleti dovrebbe essere prescritta per supportare le esigenze di energia e l'adattamento ai programmi di allenamento che spesso imitano il modello di attività dei nostri antenati.”


I Ricercatori:

  • Dott. Boullosa - Università scienze motorie di Brasilia (Brasile)
  • Dott. Laurinda Abreu - Università scienze motorie di Vigo (Spagna)
  • Dott. Adrìan Varela-Sanz - Università scienze motorie di La Coruna (Spagna)
  • Dott. Iñigo Mujika - Sport Physiology and Training - Leioa (Spagna) e Santiago del Cile (Cile).

                                                                        Claudio Tozzi 
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